Quasi 100 missioni dopo, è tempo di bilanci

Nicola Freda e Giulio Gherardini, chirurghi, sono da anni volontari di Operation Smile. Con all’attivo quasi 100 missioni in due, ci raccontano la loro esperienza.


Dedizione verso gli altri, senso di responsabilità, voglia di sfide: cosa spinge un medico a diventare un volontario?

Lo abbiamo chiesto a due chirurghi di lunga esperienza che da anni sono vicini ad Operation Smile e portano il loro aiuto come volontari durante le missioni mediche internazionali.

In due hanno partecipato a quasi 100 missioni mediche, eppure entrambi concordano su una cosa: c’è qualcosa di nuovo da imparare ogni volta e ogni volta c’è motivo di stupirsi di fronte ad eventi inaspettati e sorrisi senza precedenti.

Girare il mondo, conoscere i colleghi, confrontarsi e scambiarsi esperienze, conoscenze e tecniche è l’altro aspetto che entrambi i chirurghi raccontano come caratterizzante delle missioni mediche internazionali. Lo riportano entrambi: “Lavorare in gruppo è la parte più semplice”.

Il confronto e l’incontro tra colleghi di diversa provenienza è infatti, da sempre, incoraggiato in ogni missione medica di Operation Smile. L’obiettivo? Non solamente quello di permettere ad ogni medico di crescere e imparare sia durante le formazioni sia con l’esperienza sul campo, ma anche quello di garantire ai pazienti le cure migliori e più avanzate.

Nelle parole del Dott. Freda: ”L’approccio sanitario-assistenziale associato alla parte educativa-formativa, in particolare nei confronti del personale sanitario locale dei paesi in cui si svolge la missione, è senza dubbio il valore aggiunto dell’approccio di Operation Smile”.

Il Dott. Gherardini aggiunge un altro aspetto: l’impatto dell’esperienza di volontariato sull’individuo. “L’impatto che la partecipazione ad una missione ha nella vita di un volontario occidentale è enorme. Permette di intravedere un orizzonte che non è altrimenti percepibile: la voglia di aiutare in qualsiasi modo. Suggerisco la partecipazione anche di persone che non possono avere un ruolo diretto nella missione, ma che possano fungere come motori di propaganda e diffusione dello stile Operation Smile”.

Il Dott. Freda visita un paziente in Bolivia. Foto: Marc Ascher
Foto scattata prima dell’emergenza Covid-19.

Perché hai deciso di diventare un volontario?

È probabilmente tra le domande che ciascuno si è sentito fare più spesso. La risposta non può che essere completamente personale. Diversa da individuo a individuo.

Per il Dott. Freda si tratta dell’importanza di condividere con gli altri ciò che si ha.

“Fin dagli studi pensavo che sarebbe stato importante devolvere la “fortuna” che avevo avuto, ovvero quella di specializzarmi nel campo che avevo sempre desiderato: la chirurgia. Così ho deciso di mettere a disposizione le mie conoscenze e capacità nei confronti di chi era nato con una malformazione congenita al volto, un problema che non coinvolge soltanto il singolo paziente, ma anche la sua famiglia e la sua comunità. Un problema, tra l’altro, che molte persone non conoscono affatto e non sanno come affrontare”.

Il Dott. Gherardini durante una missione medica. Foto scattata prima dell’emergenza Covid-19.

Per il Dott. Gherardini, invece, il volontariato è stato un percorso complesso che si è evoluto nel tempo fino a stravolgere il suo significato.

“Ho iniziato nel 1998 con Operation Smile Inc. poiché in quel periodo vivevo negli Stati Uniti. Il mio professore del tempo mi aveva chiesto di diventare un volontario e dunque è stato grazie a lui che ho iniziato. Sinceramente lo facevo “per me”, per mettere in mostra la mia bravura, per sfoggiare orgoglioso la mia formazione americana. Poi, negli occhi dei pazienti ed in quelli dei loro genitori, dalle parole degli altri volontari più vecchi di me, improvvisamente è comparsa una luce nuova, una spiegazione nuova. Un orizzonte a me sconosciuto, lontano dalle luci della ribalta e dai palcoscenici; fatto di genitori che vendevano tutto ed affrontavano viaggi epocali senza scarpe con la speranza di far operare i loro figli. Allora quel “per me” – il mio essere arrogante – è   scomparso; mi sono ritrovato simbolicamente nudo. Ho iniziato a pensare che dovevo fare bene, essere all’altezza del compito che stavo eseguendo, dovevo essere preciso… Oggi lo faccio “per loro” o così a me piace credere. Provo a fornire assistenza ai chirurghi più giovani di me e cerco di essere esempio da seguire.”