Voci dal fronte: intervista al Dottor Giuseppe Lupi

Responsabile del reparto di Terapia Intensiva dell’Ospedale di Crema, il nostro volontario Dottor Giuseppe Lupi, ci racconta le ultime settimane in lotta contro l’emergenza Coronavirus.


Il Dottor Giuseppe Lupi, anestesista, è un volontario della Fondazione Operation Smile Italia Onlus dal 2011. In questi anni ha partecipato a 18 missioni mediche internazionali di cui l’ultima a febbraio in Egitto per prendersi cura dei bambini nati con malformazioni al volto. Poco dopo il suo ritorno in Italia la sua routine lavorativa in ospedale si è trasformata a seguito dell’emergenza Covid-19. Lui stesso ci racconta in che modo.

Qual è il tuo normale ruolo in ospedale? E in che modo è stato impattato dall’emergenza Covid-19?

Lavoro presso il Servizio di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Crema dal 1997 e sono il responsabile del reparto di Terapia Intensiva dal 2015. Il periodo che abbiamo trascorso e che stiamo vivendo ancora è drammatico.
Il nostro reparto aveva 7 posti attrezzati di Terapia Intensiva con il personale adeguato a gestire 6 pazienti. Data la crescente necessità di ricoveri siamo dovuti arrivare a 8 posti letto nel reparto già presente ed aprire altre due Terapie Intensive di cui una nel blocco operatorio (la sala risveglio per intenderci) con 5 posti letto ed una nella Unità Sub Intensiva cardiologica di 3 posti letti per un totale di 16 posti intensivi.
Il problema è che il personale di terapia intensiva non è incrementato ma è di necessità diminuito per le numerose malattie sia fra i medici che fra gli infermieri. È stata fatta pertanto una ridistribuzione del personale sanitario fra le tre terapia intensive e tutti hanno dovuto adattarsi a lavorare in ambienti poco conosciuti.”

Cosa provi quando vai in ospedale e inizia il turno, hai paura?

Non ho mai avuto paura per me stesso ma ho sempre avuto timore di non riuscire a gestire al meglio tutti i pazienti che necessitavano di ricovero in Terapia Intensiva.
Le nostre 3 terapie intensive sono sempre state piene. Appena c’era una dimissione o un decesso c’era immediatamente un paziente da ricoverare. Giusto il tempo di sanificare il posto letto del paziente e subito dopo si ricoverava un nuovo malato. Molti pazienti li abbiamo trasferiti in altre strutture della Lombardia. Quando anche tutte le altre strutture erano piene ci hanno proposto di trasferire i pazienti fino in Germania. Fortunatamente siamo riusciti a trovare soluzioni alternative.
Il mio timore era ed è anche quello di poter trasmettere il virus ai miei familiari, per cui applico le regole della distanza e della sanificazione anche in casa.

Com’è l’atmosfera tra i colleghi? Hai notato un affiatamento particolare, nuovo?

Con i colleghi si è creato un grande affiatamento e una costante condivisione di opinioni, articoli di letteratura scientifica ma anche condivisione di emozioni intense.
A volte anche discussioni animate perché noi tutti abbiamo dovuto fare delle scelte in merito ai ricoveri in terapia intensiva nei momenti in cui non c’era spazio nel nostro ospedale e non vi erano posti disponibili in altre strutture regionali e limitrofe. Il centro di coordinamento a volte ci metteva in lista d’attesa perché lo stesso problema lo avevano altri colleghi di altri ospedali.
Il criterio si basava su comorbidità, criticità attuale, età cronologica e biologica. Tali scelte, a volte non venivano capite dai colleghi di diversa specialità e questo creava attriti.

Il tuo lavoro è una missione?

Credo che il mio lavoro debba essere fatto con particolare dedizione. Noi lavoriamo con la vita delle persone e questo deve venire prima di altre cose. Per un medico di terapia intensiva, che si occupa di urgenze ed emergenze, il fine turno è un “optional”. Se il tuo orario di lavoro è terminato ma c’è una necessità, non puoi dire: io vado perché ho finito!
Sai che se non te ne occupi tu il paziente rischia di morire ed in una emergenza il tempo è vita. Non hai tempo di pensare. Devi fare. Punto e basta. Questo può creare problemi di tipo familiare perché sai a che ora inizi il tuo turno ma non sai a che ora finisci. Non sempre fortunatamente, ma spesso è così. In questa emergenza COVID-19 il turno di lavoro è stato spesso di 14-15 ore al giorno. Saltando il riposo perché il personale era ridotto. Quindi non considero il mio lavoro una missione ma ho la certezza che se non hai dedizione per questo lavoro non riesci a continuarlo a lungo.”

Oggi i medici e tutto il personale sanitario sono descritti come eroi. Come la vivi?

Non credo assolutamente che siamo degli eroi. Siamo le persone comuni che vorrebbero essere altrove, a divertirsi e a passare giornate spensierate. Ma che hanno la consapevolezza che in questo momento c’è bisogno di noi, quindi non ci possiamo tirare indietro. Medici e infermieri hanno scelto questa professione perché vogliono prendersi cura delle persone.
Nessuno di noi avrebbe mai pensato di trovarsi in una situazione del genere. Ma ci è capitata e abbiamo dovuto affrontarla dando tutti noi stessi. Altre categorie di persone si sono prestate tantissimo in questa emergenza. Ognuno ha fatto quello che era nelle sue capacità. Chi si è prestato per avere donazioni. Chi ha donato ciò che poteva. Chi ha portato in ospedale cibo, bevande, dolci etc. Tutti si sono comportati da eroi in questo senso.
Io sono orgoglioso di essere italiano e ho visto una enorme solidarietà da parte della nostra popolazione. Credo che la nostra popolazione sia in grado di dare il meglio di sé nei momenti di difficoltà. E questo è stato ed è un momento di enorme difficoltà.

Questa emergenza è diversa dalle altre che hai dovuto fronteggiare in passato?

In 23 anni di lavoro in Terapia Intensiva non ho mai visto un’emergenza del genere. Anche una maxiemergenza non è neppure paragonabile ad un evento del genere perché la maxiemergenza è un evento di grande portata che si consuma in poco tempo. Questo è un evento di grande portata che dura molto a lungo e che richiede un impegno di risorse elevatissimo e continuo.”

Come ti vedi oggi di fronte a questa crisi?

Mi vedo come una persona che apprezza ancora di più il valore della vita e delle piccole cose.
Non i beni materiali, ma gli affetti, la bellezza del mondo che ci circonda, la libertà di bere un caffè al tavolino di un bar, fare una passeggiata, un giro al lago etc.
Tutto quello che ora non possiamo fare, che abbiamo dato finora per scontato ma che non è per nulla scontato come ci è stato dimostrato. Non tutte le generazioni hanno vissuto una pandemia. Credo che un evento come questo lasci il segno e mi auguro di non viverne altre.”

Oggi il Covid-19 ha monopolizzato l’attenzione di tutti e la totalità dell’informazione. Ti sembra esistano altre emergenze da non trascurare?

In questo momento è stato necessario concentrare gli sforzi sulla salute pubblica per cercare di salvare più vite possibile. Ci sono altre emergenze che verranno subito dopo. In primis quella della nostra economia.”

Cosa possono fare gli altri per aiutarti? Di cosa hai più bisogno in questo momento?

Tutti noi abbiamo bisogno che vengano rispettate le regole dettate dal Ministero per cercare di contenere i contagi. Questo ci permetterà di ritornare ad una normalità negli ospedali e nella vita quotidiana anche se dobbiamo avere pazienza. Sarebbe fantastico trovare un vaccino contro questo virus.”