“Offrire formazione al personale medico locale è la differenza forse più grande tra Operation Smile e altre organizzazioni”

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Oltre 20 anni al fianco di Operation Smile, la Dottoressa Marina Sammartino, medico anestesista ci racconta il suo punto di vista sul volontariato “ti tocca nel profondo e ti fa vivere tante storie”.

Quando e perché hai deciso di fare volontariato?

Il fatto di andare in Paesi a risorse limitate, di poter aiutare come volontaria, soprattutto i bambini, mi ha sempre affascinato.

Ho iniziato in zone di guerra, partendo con la Croce Rossa Internazionale svizzera e con il Ministero degli Esteri italiano. La mia prima missione è stata in Pakistan, ai confini con l’Afghanistan in un paesino che si chiamava Quetta. Ci arrivavano pazienti disastrati, bambini che avevano raccolto mine a forma di giocattolo che gli erano scoppiate nelle mani. Arrivavano in condizioni terribili, il poter aiutare per queste persone che non avevano nulla mi dava una grande soddisfazione. Sono stata 8 mesi in Pakistan, poi sono rientrata in Italia. Due anni dopo sono andata a Gaza, nei territori occupati da Israele, e sono stata anche lì 8 mesi. Un’esperienza molto intensa, con volontari da ogni parte del mondo. Lì facevo anche formazione a degli studenti del luogo per prepararli ad affrontare qualsiasi situazione.

Quindi la decisione principale è stata quella di metterti al servizio altrui?

Solo in parte. Secondo me il volontariato non è solo un’esperienza di vita che dà la possibilità di aiutare alcune persone, ma è anche qualcosa di particolare per il volontario stesso. Ti tocca nel profondo e ti fa vivere tante storie. La possibilità di aiutare queste persone ti dà tanto entusiasmo e ti spinge sempre a continuare. Sarei sempre voluta rimanere anche di più sul campo, perché il sentirmi utile in situazioni di grande bisogno mi dona molta più soddisfazione del lavoro di routine in ospedale.

Come e perché hai cominciato con Operation Smile?

Un collega continuava a parlarmene e io, pur interessata, non mi decidevo mai. Alla fine, un’estate lui sarebbe dovuto andare in Romania per una missione medica di Operation Smile, ma aveva dei problemi familiari per cui mi ha chiesto di sostituirlo. Sono partita assieme ad un’altra collega.

È stata una missione che rimarrà sempre nei miei pensieri.

Tantissimi bambini, molti neonati, un impegno estenuante, ma la stanchezza non si è mai sentita. Essere lì ti dava una tale soddisfazione che non ti accorgevi di aver passato giornate intere senza mangiare, magari solo con un caffè e un biscotto.

Hai trovato differenze rispetto alle missioni con le altre organizzazioni?

Il bello delle attività di Operation Smile è che muove moltissime persone. Essere in tanti e lavorare assieme è bellissimo. Nelle mie esperienze precedenti eravamo pochissimi, piccoli team di volontari: otto amministrativi e 4 sanitari, cioè io come anestesista, un’infermiera ferrista e due chirurghi. Facevamo quello che potevamo. Con Operation Smile ci sono missioni mediche che vedono la partecipazione di decine e decine di volontari: otto anestesisti, dieci chirurghi, tre tecnici biomedici, la child-life specialist e molti altri. Dopo 20 anni al fianco di Operation Smile ormai conosco tanti colleghi ma è bello scoprire di lavorare bene anche con chi non conosci, perché lo facciamo tutti con grande professionalità e per la stessa causa. È talmente bello che quando torni non vedi l’ora di ripartire.

Molti volontari dicono che la stanchezza non si sente e che lo slancio di ripartire c’è sempre. Dunque è così anche per te?

Sì, nel lavoro quotidiano in Italia la stanchezza molto spesso è dovuta alla routine e, in alcuni casi, alle difficoltà di relazione con i colleghi. Invece in missione c’è un grande entusiasmo, tutti uniti con un unico desiderio: fare qualcosa di molto importante per gli altri. C’è anche un aspetto egoistico, perché io durante e dopo la missione sto meglio, e non è importante se devo lavorare di più.

E poi vedi dei risultati esaltanti. Ricordo la foto che mi ha mostrato una collega al ritorno da una missione medica: un bambino appena arrivato sul luogo della missione, denutrito, disidratato, in condizioni quasi disperate. Chiaramente non l’hanno operato perché non era in condizioni di poter essere sottoposto ad un intervento chirurgico, ma l’hanno curato, nutrito, idratato e messo in un programma di nutrizione in attesa di poterlo operare nella missione successiva. Dopo una settimana di programma era già completamente diverso. Una cosa commovente, una storia che mi ha fatto piangere.

Ti sei occupata anche di programmi di formazione dei medici locali?

Sì. Operation Smile offre formazione così da creare sostenibilità. L’obiettivo è non limitarsi a curare dei pazienti, ma insegnare ai medici del luogo ad operare loro stessi, così da non avere bisogno di aiuto dall’estero.

Offrire formazione è la differenza forse più grande tra Operation Smile e le altre organizzazioni che magari vanno in un Paese, operano e poi vanno via, ma senza insegnare nulla. Invece noi facciamo proprio delle missioni dedite alla formazione. Quindi magari durante quel tipo di missione facciamo meno interventi, ma il nostro impatto sul Paese è enorme.

Con i colleghi che formiamo c’è sempre un rapporto bellissimo. Ad esempio, in Ghana abbiamo fatto dei corsi di Basic Life Support o di Advanced Life Support e i medici locali sono stati contentissimi. In Etiopia tanti anni fa i colleghi ci chiedevano libri perché volevano qualcosa su cui studiare. In Egitto abbiamo formato degli specializzandi con cui si è instaurato un rapporto di collaborazione, comprensione, aiuto.

Dal punto di vista medico perché è importante operare una persona con una malformazione al volto?

Perché dopo l’operazione per i pazienti cambia tutto.  Alcune volte sono interventi estremamente semplici, come alcune labioschisi, ma che se non corrette creano una “invalidità” che ha conseguenze a livello psicologico e sociale.

Gli interventi di palatoschisi se non effettuati tempestivamente possono invece essere causa di difficoltà di crescita del bambino, che non riesce ad essere allattato dalla propria mamma, ho di problemi di linguaggio e fonetici.

Per concludere, tra tutte le tue missioni c’è stato un evento che ti è rimasto impresso?

Ricordo la storia di un bambino in modo particolare. Eravamo ad Haiti dopo il terremoto, operavamo sulla nave Cavour della Marina Militare Italiana, che aveva messo a disposizione le sue sale operatorie per i medici volontari di Operation Smile. I militari della nave, camminando per Haiti, hanno visto un bambino per strada con le orecchie completamente accartocciate. Camminava nascondendosi. Hanno scoperto che era nato con una malformazione, un problema esclusivamente estetico, ma che gli rovinava completamente la vita. Viveva nell’ombra, non andava a scuola, la sua famiglia si vergognava di lui…

I militari lo hanno portato a bordo della nave Cavour per farlo visitare da noi volontari di Operation Smile. Abbiamo subito deciso di intervenire: un semplice intervento chirurgico ha donato a questo bambino una nuova vita e un sorriso al suo volto.