LA PRIMA MISSIONE NON SI SCORDA MAI

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Angela Rezzonico, Responsabile del Servizio di Logopedia del Centro di Cura multispecialistico Smile House di Milano, fa parte del Team di volontari della Fondazione Operation Smile Italia Onlus dal 2015. Questa ad Antsirabe, in Madagascar, è stata la sua prima missione internazionale.

Durante la missione, che si è svolta dal 3 al 13 aprile, sono stati visitati circa 340 pazienti nati con malformazioni al volto, di loro 109 sono stati operati. Operation Smile è presente in Madagascar dal 2007 ed ha condotto programmi medici in diverse città del Paese grazie ai quali sono state curate più di 1.550 persone.

 

“Credo di aver partecipato ad una missione un po’atipica: in parte per la presenza di una buona prevalenza di italiani, che ha reso quindi facile e veloce, lavorativamente parlando, il nostro compito, in parte perché il Paese così estremamente povero dava adito a molte riflessioni socio culturali oltre che ovviamente medico scientifiche.

È stato meraviglioso vedere come in una mezza giornata di screening tutti, ma dico tutti i partecipanti della missione, fossero allineati a dare e darsi totalmente a prescindere dalle competenze e dalle preparazioni di ognuno per seguire il paziente: non esisteva competizione, solo comunione di intenti per aiutare al meglio e aiutarsi l’un l’altro.

Le prime due giornate di screening sono volate: nessuna percezione del passare del tempo, l’inizio all’alba è stato da tutti interpretato come l’avvio ad una magnifica competizione, persino le persone che avrebbero potuto evitare la levataccia hanno voluto vivere l’esperienza dal nascere; una sferzata di motivation molto efficace come solo i leader americani sanno dare: “grazie Mich e Kristina” e poi via, tutti al lavoro.

Tutto è filato alla perfezione, o almeno così pareva, gli intoppi non si registrano vengono semplicemente superati, una mano sulla spalla, tanta disponibilità da parte di tutti e un’organizzazione collaudata fanno da sfondo alle esigenze: spazi dove visitare che all’inizio sembravano improbabili e dopo poco ti sembrano il luogo migliore dove lavorare; le persone che attendono in fila il proprio turno, stanche e sfinite, mantengono una straordinaria dignità nell’attesa che sia il loro momento.

L’aspetto più doloroso non è come pensavo, vedere la miseria, né respirare gli odori dei luoghi e della gente, ma dare a molti di loro il responso negativo al trattamento chirurgico: troppi bambini sottopeso, troppi accidentalmente malati, altri non idonei… la lista è lunga. Abbiamo visitato più di 300 pazienti ma “solo” la metà hanno beneficiato del trattamento per cui erano venuti.

Strana la vita, qui che nessuno si sognerebbe nemmeno di commentare l’operato di qualcuno, per ironia della sorte e senza saperlo, ha il meglio che si possa avere in termini assistenziali: chirurghi fantastici, anestesisti magnifici, infermieri che non conoscono orari o turni, pediatri, assistenti e child specialist che veramente danno e basta senza aspettarsi nient’altro in cambio che uno sguardo, talvolta nemmeno molto eloquente, per poi scoprire che tale è la riconoscenza nella loro cultura.

Mi aspettavo, come in realtà ho trovato, un abisso relativamente agli aspetti culturali e sociali ma ciò che mi ha stupito è stato avvicinarmi alle differenze relative agli aspetti emotivi e psicologici che sono di fondamentale importanza da comprendere per chi, come me, lavora nell’ambito della relazione. Attraverso il linguaggio, che non è solo parlare bene o articolare bene, si esprimono bisogni, emozioni e vissuti all’altro; è necessario entrare in empatia con i pazienti affinché le nostre valutazioni risultino aderenti alle loro reali necessità e non siano dunque vane. Spesso non hanno che bisogni primari, c’è ancora tanta strada da percorrere per questa giovane popolazione, “grazie Alex” sei stata illuminante e mi hai risparmiato di costruire castelli di sabbia, sulla certezza delle mie conoscenze che non sono aderenti alla realtà locale. Qui bisogna adattarsi a ciò che si trova, partire da quello che è il loro modello per tentare con delicatezza, cautela e umiltà di apportare piccole modifiche.

Luca, il mio capo, mi aveva sempre detto che dovevo partire per una missione, ma non ne ero per nulla convinta perché in cuor mio ho sempre pensato che la figura della logopedista fosse assolutamente di secondo piano e non volevo pesare sui costi quasi inutilmente. Ebbene, se da un lato ho trovato utile professionalmente esserci, dando anche qualche indicazione sia di tipo prettamente logopedico che organizzativo, dall’altro ho avuto l’occasione di poter crescere anche dal punto di vista professionale assistendo alle sedute chirurgiche, esperienza che mi ha permesso di comprendere meglio certi principi ricostruttivi e tecniche che sono anche molto diverse fra chirurghi di scuole di orientamenti differenti. Il giorno della partenza da Malpensa mi aveva detto: la prima missione non si scorda mai “grazie Luca, avevi ragione” ora so di cosa parlavi.

Concludo con le emozioni che queste stupende persone ci hanno trasmesso l’ultimo giorno: nella loro straziante semplicità sono riusciti a dare un tributo ai veri eroi delle missioni, i chirurghi ed insieme a loro a tutte quelle persone che a volte, anche nell’ombra, hanno dato il loro contributo affinché tutto procedesse all’interno di una magia di suoni luci colori e affetti.”