“In missione il medico si confonde con l’uomo”

Il Dottor Francesco Bellia è un pediatra intensivista catanese di lunga esperienza. Nei suoi oltre dieci anni di volontariato per la Fondazione Operation Smile Italia Onlus ha partecipato a molte missioni internazionali, portando con sé non solamente la sua professionalità, ma anche la sua umanità e una profonda dedizione.
In questa breve intervista ci parla dell’attività del volontario, delle motivazioni che lo muovono a dedicarsi agli altri e di quanto il suo desiderio di partire sia sempre stato forte, anche subito dopo uno dei momenti più difficili della sua vita.

Cosa ti ha spinto a diventare un medico volontario della Fondazione Operation Smile Italia Onlus? Quando hai deciso e perché?

Nel mio caso si è trattato di pura fortuna perché fui chiamato per sostituire un collega che doveva partire, ma aveva avuto un incidente. Il mio nome fu suggerito da un mio caro collega volontario di Operation Smile che lavora presso la Terapia Intensiva Pediatrica dell’Ospedale Gemelli di Roma. Io già ero molto orientato a fare del volontariato ed ero attivo presso altre organizzazioni. Inoltre, da pediatra, l’idea di partecipare a una missione internazionale che si occupasse di bambini era una cosa che mi entusiasmava.
Credo che si diventi volontario, non solo per aiutare gli altri, ma in fondo anche per se stessi. Quando ritorni dalla missione ti senti diverso, sei cosciente di aver fatto qualcosa che in qualche modo ti ha ricaricato, forse anche cambiato, ma certamente sei pronto per tornare al tuo lavoro con una nuova forza.

E poi si sceglie di ripartire nonostante le missioni siano un impegno anche fisicamente gravoso…

Sì, è vero le missioni sono faticose, quando parto, tutto quello che so è il Paese di arrivo. Siamo generalmente 40-45 professionisti di varie specialità mediche e chirurgiche. Si ricomincia sempre daccapo, come una nuova prima volta. E lo è per intensità di vita condivisa. Nascono amicizie forti, dopo un impegno così gravoso ininterrotto, con una media di venticinque interventi al giorno. Durante i primi giorni di screening, selezioniamo circa 400 bambini, visitandoli in due, tre giorni. La sveglia suona alle 5.30: si lavora dalle 7.00 alle 22.00 ogni giorno, spesso con persone che non si conoscono, ma con le quali nel giro di pochi giorni si entra in perfetta sintonia. È come sentirsi ingranaggio di un motore che entra subito a regime. Ognuno sa cosa deve fare e in che modo farlo e quindi quasi per magia tutti i meccanismi operano in sinergia perfetta.

Voi volontari collaborate spesso con persone di altri Paesi. Com’è?

I volontari non solo provengono da varie parti del mondo, ma spesso anche la loro religione è diversa. Questo ti fa comprendere come le differenze di cultura o di religione siano estremamente relative, perché si lavora comunque in maniera efficace ed efficiente nel rispetto delle proprie origini, culture e orientamenti religiosi. Si può essere indù, musulmano, cattolico ma il rapporto di amicizia, così come la professionalità, non subiscono alcuna defaillance. Come a sottolineare che non sono le culture o le religioni che ci dividono, ma l’ignoranza.

Nell’ambito della tua attività di volontario qual è la cosa che ti dà più soddisfazione?

Ovviamente il sentirsi parte di un ingranaggio è importante, ma il realizzare di aver cambiato il futuro o il destino di un bambino non ha prezzo. Non appena il bambino affetto da labbro leporino arriva sul tavolo operatorio, l’anestesista permette al chirurgo di disegnare sul suo volto un nuovo labbro, la macchina si è messa in moto. Poi tocca a me, io mi occupo della gestione del bimbo appena fuori dalla sala operatoria, faccio in modo di alleviare ogni suo fastidio o il dolore che potrà accusare nelle prime fasi dopo l’intervento. In seguito altri volontari lo seguono nel post operatorio sino alla dimissione. Alla fine, guardando il nuovo volto del bambino e gli occhi commossi dei suoi genitori, ci rendiamo conto che realmente per quel bambino e per la sua famiglia la vita è cambiata.

Ti è mai capitato un caso particolare, che ti ha lasciato un ricordo a cui tieni di più?

Durante le mie missioni ci sono stati tanti casi che meriterebbero di essere raccontati. Ricordo che nel 2015, in Paraguay, una bambina affetta da palatoschisi viveva dai primi mesi di vita con una tracheostomia pertanto non aveva mai potuto emettere suoni o pronunciare alcuna parola. Nessuno fino ad allora aveva voluto operarla, si temeva che la bimba potesse andare incontro ad un’insufficienza respiratoria. Era un caso disperato, e i genitori erano splendidi, gestivano la bimba come meglio non si potesse. Sognavano la possibilità che prima o poi quella bimba potesse pronunciare la parola “mamma”.  Alla fine, siamo intervenuti con non poche difficoltà, ma ce l’abbiamo fatta. Con noi c’era una brava anestesista pediatrica, eravamo un team di professionisti in grado gestire al meglio quella situazione. Ci siamo guardati negli occhi, tutti noi volevamo dare una “chance” a quella bimba. L’intervento ha radicalmente cambiato la vita di questa bambina, ed eravamo certi che da lì a poco finalmente avrebbe potuto parlare. Mi sarebbe piaciuto essere presente quel giorno, sono certo che mi sarei commosso tanto quanto loro.

Quale è secondo te la principale differenza tra lavorare in missione e lavorare in Italia?

A volte in Italia, per la gente quello che fai è tutto dovuto. In missione è l’uomo che spinge il medico: lì niente è dovuto, ma fortemente voluto. Il medico si confonde con l’uomo.

È per questo che la voglia di partire si rinnova sempre?

E’ successo che, al ritorno da una missione internazionale, mentre l’aereo sul quale mi trovavo stava atterrando ad Amsterdam, ho avuto un ictus. Improvvisamente non riuscivo a parlare né a muovere il braccio destro. Mi sono reso conto subito di avere una trombosi cerebrale in corso, ricordo con estrema lucidità di aver acceso il mio cellulare e con le dita della mia mano sinistra, l’unica che potevo utilizzare, ho scritto una frase in inglese che, ancora adesso, non ho mai cancellato dal mio telefono. L’ho mostrata alla hostess, diceva: “sono un medico, non riesco a parlare, ho un ictus in corso, chiami l’emergenza”. Poi ho aspettato che tutti uscissero dall’aereo per non creare panico o troppe attenzioni nei miei confronti e in tempi brevissimi sono stato preso in carico dal servizio di emergenza dell’aeroporto.  Ho avuto fortuna, nonostante l’esame TAC confermava la mia diagnosi di sospetto, la trombolisi immediatamente eseguita dai miei colleghi di Amsterdam ha avuto successo. Infatti, dopo poche ore riuscivo nuovamente a muovere il braccio destro. Per riprendere a parlare correttamente ho impiegato un po’ più di tempo, tanta fisioterapia e logopedia, ma anche quella è andata. Questo episodio è accaduto il 5 ottobre 2015. Sette mesi dopo, nel maggio 2016 sono ripartito per un’altra missione in Perù.
Amore per l’avventura allora, dirai tu, no amore per il mio lavoro e per le missioni con Operation Smile direi io!