In Brasile per donare un sorriso a chi ne aveva più bisogno

Le volontarie Federica Valdinucci, Giada Nardecchia e Michela Marzola sono state in missione in Brasile: ci raccontano difficoltà, emozioni e soddisfazioni.


In un momento particolarmente buio della mia vita ho cercato qualcuno che avesse bisogno di me ed ho trovato i bambini di Operation Smile.”

A parlare è la dottoressa Federica Valdinucci, dentista, poco dopo il suo rientro da una missione medica in Brasile per donare sorrisi a tanti bambini che erano in attesa di cure.

A volare con lei in Brasile lo scorso ottobre altre due dottoresse italiane, le anestesiste Giada Nardecchia e Michela Marzola.

Volontarie ormai da diverso tempo, le tre dottoresse condividono non solamente il desiderio di impegnarsi a favore di quanti, ovunque nel mondo, necessitino di cure fondamentali eppure così difficili da ottenere nel proprio Paese, ma anche la consapevolezza che qualunque missione porta con sé inevitabili difficoltà.

E questa missione non è stata da meno. Se sorridere può sembrare un gesto scontato, donare un sorriso non è affatto semplice.

“Si trattava di una missione locale e questo ha reso tutto più complicato. Noi stranieri eravamo pochi e la maggior parte del personale locale non parlava inglese, ma solo portoghese”, racconta Michela.

Eppure, anche se la barriera linguistica ha aggiunto la sua dose di fatica alla missione, i racconti del ritorno portano parole positive e di speranza.

È sempre Michela a continuare: “Anche questa è stata un’esperienza meravigliosa, che mi ha arricchito e che mi ha restituito molto di più di quello che sono riuscita a dare”.

Giada, pur parlandoci da lontano, sembra seguire il flusso di pensieri della collega: “Ritrovarsi a lavorare con l’80% del personale che non ti capisce è faticoso, ma al di là delle difficoltà, il sorriso dei bimbi è la cosa che ti ripaga di tutto. Ho scelto di partire per cercare di aiutare chi non ha avuto la nostra stessa fortuna, cioè quella di nascere in un Paese in cui si ha acceso immediato alle cure più basilari”.

 

“La cosa che, anche questa volta, mi ha colpito di più è stata la purezza del sorriso dei bambini che, inconsapevoli della malformazione comunque, sorridono”, dice Federica.

A restare nel cuore, alla fine della missione, è sempre il sorriso. Quello che è stato donato, quello che si è ricevuto e, altre volte, il proprio stesso sorriso, come nel caso di Giada.

A restare nel cuore, alla fine della missione, è sempre il sorriso. Quello che è stato donato, quello che si è ricevuto e, altre volte, il proprio stesso sorriso, come nel caso di Giada.

Le riflessioni si spostano poi, inevitabilmente, sulla grande disuguaglianza che si può riscontrare tra diversi Paesi nel mondo.

“Ho trovato ancora una volta una realtà di vita molto diversa dalla mia”, ricorda Michela. E anche Federica la segue: “Ho incontrato persone che hanno affrontato a piedi distanze inimmaginabili per raggiungerci; ho trovato la gratitudine negli occhi di chi ha visto “riparato” il futuro suo o di chi ama; ho condiviso la capacità di guardare oltre l’involucro e trovare l’anima dietro la malformazione.

Alla fine lasciamo la parola a Giada, che in poche righe ha saputo racchiudere un’emozione descritta da molti dei volontari di Operation Smile: “Torni diverso, con la gioia immensa di sapere che hai fatto parte di qualcosa, di un gruppo che ha lavorato con l’obiettivo di aiutare qualcuno, di donare un sorriso a chi, senza di te, un sorriso non lo avrebbe potuto avere”.