“Il viso è qualcosa che sconvolge tutti”

È con la Fondazione Operation Smile Italia Onlus ormai da 19 anni e questo fa di lei una delle nostre volontarie più esperte. Alessia Frani, infermiera, è di base alla Smile House di Roma e negli anni ha partecipato ad un gran numero di missioni mediche internazionali. In questa intervista ripercorre alcune delle emozioni più intense e toccanti della sua carriera di volontaria, dagli incontri con genitori addolorati e spaventati alle collaborazioni con i colleghi di ogni parte del mondo.

Perché e quando hai deciso di fare volontariato?

C’è sempre un perché che ci spinge a far qualcosa per gli altri, ma fondamentalmente credo che in realtà facciamo volontariato anche per noi stessi. Nel mio caso specifico io sono stata colpita da un lutto gravissimo – la morte di mio fratello, di cui ero gemella – e questa cosa ha sconvolto la mia vita e quella di tutta la mia famiglia. Al momento dell’impatto ci si abbandona alla disperazione, ma poi bisogna tornare al quotidiano. Il lavoro mi è sempre stato di grande aiuto, anche nei momenti più duri della vita, soprattutto in questo. Da lì ho capito che forse dovevo allargare un po’ i miei orizzonti, smettere di dedicarmi esclusivamente alla mia attività lavorativa.

Le cose non sono venute per caso. Io divenni caposala e in quell’occasione conobbi il Dottor Scopelliti, che diventò il mio primario, e fu lui a farmi conoscere Operation Smile. Iniziammo insieme la nostra carriera, che ci unisce da quasi 19 anni, e da allora condividiamo questa passione, questo continuo desiderio di dedicarsi agli altri, soprattutto ai più piccoli. L’arricchimento più grande è quello che ho io al ritorno da ogni missione medica. So che ha dato un senso al mio quotidiano.

Come spiegheresti ad una persona che non ne sa nulla perché essere un volontario di Operation Smile è così gratificante?

Ogni missione medica dura 10 giorni, e devo dire che sono giorni molto, molto faticosi. Eppure, sembra che lì fatica non se ne senta, e questo l’ho vissuto sulla mia pelle. Anche nelle condizioni più difficili di adattamento, anche in posti molto poveri, in situazioni estremamente precarie dove manca l’acqua, si lavora di continuo, ma non si sente la fatica. La cosa che più mi piace, che proprio mi dà un senso di appartenenza, è il fatto di impegnarmi per raggiungere un obiettivo comune, che è quello di operare un numero sempre maggiore di bambini nati con una malformazione al volto e che sono in attesa di cure. Il senso di squadra che si ha quando si è in missione supera l’importanza del ruolo del singolo. Ad emergere è il gruppo. Non c’è professore, non c’è il primario… siamo solo tante persone tutte unite per loro, per i nostri pazienti. Ognuno con il suo ruolo, certo, ma come un’unica squadra, formata, incredibilmente, da persone che non si sono mai viste fino a un minuto prima e che però riescono a lavorare all’unisono.

So che anche altri volontari come me raccontano la stessa cosa, ma è proprio così.

Qual è il momento di una missione medica che ti dà maggiore soddisfazione?

Io faccio l’infermiera quindi mi occupo di assistenza e mi trovo sempre ad affrontare un impatto iniziale che è terribile, sia in Italia che in missione, ovvero incontrare una mamma disperata che consegna suo figlio nelle mie mani. L’impatto iniziale è il più difficile. La mia più grande soddisfazione è quando li vedo andare via. E vanno tutti via! Tutti via, ridendo!

E poi è quando mi rendo conto che finalmente, dopo l’intervento, anche le famiglie capiscono che è vero quello che noi dicevamo loro, ovvero che il loro figlio era un bambino normale. Perché noi lottiamo tanto per far capire che un labbro leporino non può rendere un bambino diverso dagli altri. Però per noi è facile essere da quest’altra parte, spiegare che si tratta solo di un dismorfismo, di una piccola malformazione, che il bambino è integro nella sua capacità, è intelligente, può giocare tranquillamente… Ma in tutti i posti in cui sono stata, e anche a casa nostra, il viso è qualcosa che sconvolge tutti. Quando, dopo l’intervento, una mamma a cui io dicevo che suo figlio era un bambino normalissimo capisce che era proprio così, allora sono davvero felice.

Noi operiamo tanti pazienti piccoli ma, oltre a loro, sia in Italia che nel corso delle missioni mediche internazionali, trattiamo anche ragazzi adulti. Nell’adulto la soddisfazione è che appena può si guarda allo specchio, tu vedi la lacrima che scende e lui ti guarda per dire … niente, non c’è niente da dire, è come un derby vinto dalla propria squadra. Quando operi un bambino il risultato è la gioia della madre.

Cosa provi quando una mamma o un papà ti mettono in braccio il loro bambino?

La sensazione è sempre la stessa: la fatica emotiva di vedere un genitore che ha riposto tutta la sua fiducia e tutte le sue aspettative in te e ti affida suo figlio, ma comunque con immenso dolore. Vedo sempre le madri con lo stesso sentimento: piangono e si disperano perché c’è un piccolo che va in sala operatoria. Pensano a tutte le cose che potrebbero capitare, che potrebbero non andare bene, si chiedono come sarà dopo… Non c’è mai quella madre serena che dice “Sì, lo so”. Però io lo so, perciò tengo duro e le dico “Tra mezz’ora ti faccio vedere quanto sarai felice”.

In alcuni casi le missioni mediche internazionali prevedono anche di formare dei medici e dei professionisti locali. Com’è il momento della formazione? Che rapporti si instaurano con i colleghi stranieri?

Io ho avuto svariate esperienze in Etiopia e devo dire che si è lavorato sempre con grande soddisfazione, perché loro avevano la netta percezione che noi fossimo ovviamente un passo avanti, nel senso che avevamo un potere economico per investire su tutto un meccanismo che mettevamo a disposizione per poter curare i loro bambini. Ma la cosa che ti faceva proprio piacere era il fatto che nei vari ruoli, dall’infermiera, al chirurgo, all’anestesista, rubassero con gli occhi per cercare di carpire le nostre capacità. E mi voglio prendere questo riconoscimento, perché noi italiani siamo veramente grandi nel donare il nostro patrimonio professionale. Il mio patrimonio professionale non deve restare a me, io lo dono a qualcuno. Ovviamente, donarlo in queste circostanze è talmente gratificante che non ci sono parole. Quando vai via non hai lasciato lì soltanto quell’antibiotico avanzato e quindi hai dato la possibilità di curare un altro bambino. Hai dato loro la possibilità di dire “Adesso possiamo fare così anche noi”.