Speranza e guarigione: le missioni di training chirurgico in Ruanda

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Con quasi 12 milioni di abitanti, il Ruanda è uno degli stati più popolosi dell’Africa. Eppure, questo stato conta solamente due chirurghi plastici certificati. Due soli medici specializzati che avrebbero il compito, ovviamente impossibile, di servire un immenso numero di pazienti.

È per questo motivo che in Ruanda le liste di attesa per un intervento chirurgico possono durare anni. Una situazione intollerabile per gli abitanti, ma anche per i chirurghi statunitensi Steve Naum e Bruce Ferris che nel 2010, dopo una missione come volontari per Operation Smile, hanno deciso di collaborare con alcuni medici locali e con l’Università del Ruanda per portare nel Paese, con cadenza semestrale, corsi di training chirurgico per i medici locali.

Oggi, quasi dieci anni dopo, i medici ruandesi possono accedere due volte l’anno a training di tre settimane, gratuiti, durante i quali approfondiscono tecniche pratiche e teoriche di chirurgia plastica che permetteranno loro di contribuire a curare l’ingente numero di pazienti in attesa di intervento.

Aprile 2019: al Rwinkwavu Hospital, in Ruanda, alcuni pazienti sono in attesa di visita.
I training di Operation Smile permettono al Paese non soltanto di garantire un maggiore accesso alle cure ad un più ampio numero di pazienti, ma anche di risolvere il problema in maniera sostenibile, attraverso l’operato di medici locali che, nel tempo, avranno sempre meno bisogno di fare affidamento su missioni internazionali.

Donatille tiene in braccio suo figlio David, di quattro anni, prima di una visita. Operation Smile è specializzato nella cura di labio-palatoschisi, ma il suo impegno va anche oltre. Durante i training in Ruanda arrivano in ospedale pazienti con bisogni anche molto diversi, come ustioni, ferite, malattie congenite, che necessitano di interventi di chirurgia plastica.

David ad esempio, è nato affetto da sindattilia, una patologia che comporta dita di mani o piedi unite. Per via della sua malformazione è stato spesso deriso e isolato dai coetanei. Eppure, si tratta di una patologia curabile con un intervento, cui ora finalmente ha potuto sottoporsi.

Anche la piccola Sandrine – di circa 1 anno e mezzo – e sua madre Angelique sono arrivate alla missione. “Ho visto che mia figlia era nata con la schisi e ho perso le speranze”. Queste le parole di Angelique che, dopo la nascita della piccola, è stata cacciata via di casa da suo marito Vincent, che non è riuscito a sostenere lo stigma sociale causato dalla patologia di sua figlia.

La prima volta che Angelique ha portato Sandrine alla missione la bimba aveva solo tre mesi, troppo piccola per l’intervento. La seconda volta era malnutrita, troppo fragile per l’anestesia. Ma Angelique non si è data per vinta e al terzo tentativo, finalmente, la piccola Sandrine è stata operata.

Durante un intervento, il chirurgo volontario Bruce Ferris mostra alcune tecniche operatorie ai medici locali. I suoi training, che formano e specializzano molti medici ruandesi, hanno un impatto incalcolabile sul benessere e la salute generale di tutto il Paese.

Quando abbiamo iniziato i training abbiamo scoperto che molti pazienti restavano in ospedale mesi e mesi solo perché non c’erano chirurghi in grado di operarli. Così abbiamo deciso di formarli sul campo, il che ha ridotto di molto i tempi di degenza di tanti pazienti”, ha dichiarato il dott. Ferris.

Il dott. Naum in sala operatoria insegna alcune tecniche ai medici locali.

Arrivare qui, operare un certo numero di pazienti e andarcene sentendoci a posto con le coscienze sarebbe semplice – ci ha detto – ma non lascerebbe nessuna eredità al Paese, non avrebbe nessun impatto sulle conoscenze e le competenze dei medici ruandesi.

Assistita dalla keniana Florence e dal ruadese Nikas, entrambi infermieri, Angelique guarda per la prima volta il nuovo sorriso della piccola Sandrine. Immediatamente nervosismo, preoccupazioni ed ansia lasciano il posto ad una grande felicità.

Crescerà bene, ne sono convinta. Sarà in salute. Tutto quello che posso dirvi è grazie. Niente di più di questo: grazie”.