Cosa spinge un uomo a diventare volontario? La parola a Francesco Bellia

In occasione della Giornata Internazionale del Volontariato istituita dalle Nazioni Unite, il Dott. Francesco Bellia ci racconta la sua esperienza con Operation Smile.


Persone speciali che si dedicano agli altri incondizionatamente, arrivano nei luoghi più remoti del mondo per portare le proprie competenze a servizio di coloro che ne hanno più bisogno: questi sono i nostri volontari.

Il 5 dicembre, in occasione della Giornata Internazionale del Volontariato istituita dalle Nazioni Unite, vogliamo unirci nel celebrarli e lo facciamo attraverso il racconto del Dott. Francesco Bellia, storico volontario della Fondazione e recentemente nominato Presidente del Comitato Scientifico.

Sono pediatra volontario da 13 anni. Prima di allora ero solo un medico che amava il suo lavoro, dopo sono entrato in una dimensione diversa, quella di un team di professionisti che dedicano le proprie energie ai tanti bambini che vivono nell’emarginazione, costretti spesso a una vita d’isolamento, a causa della malformazione con cui sono nati.

Dal 2007 con Operation Smile sono stato in India, Vietnam, Cambogia, Brasile, Ghana, Sudafrica, Marocco, Egitto, Nicaragua, Honduras, Bolivia, Cina, Madagascar, Mozambico, Giordania, Perù, Etiopia.  Tanti Paesi, ma sempre lo stesso obiettivo: restituire il sorriso ai bambini affetti da labbro leporino e palatoschisi.

Ogni volta che si giunge a destinazione, un team di volontari, medici, infermieri, logopedisti, che spesso non si conoscono tra loro, s’incontra e comincia a lavorare insieme. Visitiamo i bambini canditati per l’intervento e programmiamo attentamente ogni momento della missione: la magia ha inizio.

È proprio così, in molti Paesi del mondo, restituire il sorriso a un bambino è considerata una magia.  Eppure non siamo maghi, ma solo uomini e donne che hanno deciso di mettere a disposizione le proprie abilità mediche e chirurgiche al servizio di chi senza di noi non avrebbe mai potuto accedere alle cure di cui necessita.

Dopo l’intervento il destino di quei bambini, sino ad allora emarginati, cambia completamente.

Francesco visita un paziente in Perù. Foto: Marc Ascher

Come si svolge la giornata di un volontario in missione? Nessun cartellino di entrata e uscita da timbrare. La fatica c’è ma non si sente, non c’è da rispettare alcun contratto lavorativo, adesso è l’uomo che spinge il medico e non il contrario.

Quelle che incontriamo sono molto spesso famiglie che vivono oltre la soglia della povertà.  A volte siamo davanti a storie tragiche, disperate, ma che alla fine trovano un momento di sollievo grazie all’esito finale dell’intervento.

Tante volte chiedo a me stesso: cosa spinge un volontario ad allontanarsi dalla propria famiglia, dal suo lavoro per due settimane, spesso utilizzando le ferie per farlo? Forse è quell’espressione meravigliata del bimbo che guarda il proprio volto allo specchio dopo l’intervento, oppure è la felicità dei genitori che ringraziano a mani giunte, esprimendo così la loro gioia. Oppure lo fai per confrontarti con i colleghi provenienti da varie parti del mondo, per condividere con loro esperienze, per imparare e a volte insegnare, per conoscere culture diverse.

Sono tutte ragioni plausibili, ma alla fine io credo che in realtà ognuno lo faccia per se stesso.

Un paziente con la sua mamma dopo l’intervento. Foto: Margherita Mirabella

Portare il sorriso ai bambini è un’emozione infinita che ti fa stare bene, non metti in atto nulla di dovuto ma di voluto, e certamente ricevi da queste esperienze molto più di quanto tu abbia potuto dare.

E quando poi – com’è successo a me in Vietnam – scopri che alla serata di ringraziamento per i volontari la cantante è una delle bambine operate dieci anni prima, che all’epoca parlava a malapena, capisci di aver speso nel migliore dei modi il tuo tempo e la tua vita.