Le emozioni della mia prima missione internazionale

Dopo il training della scorsa estate, Lavinia è partita come volontaria per una missione in Vietnam. Lì ha conosciuto la storia di un bimbo indifeso e della donna fortissima che si prende cura di lui.


Conoscere Lac Thi Xinh è stato emozionante. La storia di questo bambino mi ha colpito molto ed ha avuto un forte impatto su tutta la mia missione.

Mi trovavo nell’area dei bambini dell’Ospedale di Ho Chi Minh City, quando un bambino appena arrivato si è unito al gruppo per giocare. Ho subito avuto la sensazione che fosse differente dagli altri, per il modo in cui si relazionava con loro e con le cose. Non parlava molto, indicava.

Il suo modo di fare mi ha incuriosito, ho desiderato conoscere la mamma per sapere la sua storia. Ho scoperto che quando sette anni fa è nato con la labiopalatoschisi, Lac Thi Xinh è stato abbandonato da sua madre. Posso solo immaginare la disperazione che quella madre può aver provato per prendere una decisione del genere: abbandonare suo figlio.

Appena nato, Lac Thi Xinh è stato perso in cura in un centro sociale a Ca May, un paesino del Vietnam.

La sua è una storia difficile e toccante, una storia che ha come protagonisti un bambino indifeso e bisognoso di cure e la donna che da sempre si prende cura di lui come se fosse suo figlio.

Non ha voluto dirmi il suo nome, perché per lei l’importante era raccontare la storia del piccolo Lac Thi Xinh. La sua vita nel centro sociale in cui passa tutte le sue giornate scorre molto lentamente. A causa della mancanza di mezzi, il piccolo non è mai stato curato per la sua malformazione e non ha mai imparato a parlare.

Non è mai andato a scuola e ancora oggi riesce a comunicare solo con piccoli gesti. Per questo ha pochi amici e un solo, immenso amore: quello per la donna che ogni giorno, da quando è nato, gli sta accanto e si prende cura di lui come può.

È stata proprio lei, quella che possiamo chiamare la “mamma adottiva” di Lac Thi Xinh, a portarlo ad Ho Chi Minh City durante la missione internazionale di Operation Smile dello scorso ottobre, alla quale io ho partecipato come studentessa volontaria.

La donna mi ha raccontato del lungo viaggio che ha dovuto intraprendere per portare il piccolo in città, nella speranza che potesse essere operato. Il viaggio stesso è stato difficile e faticoso per lei e il bambino, ma la donna sapeva che si trattava, per lui, di un’opportunità imperdibile, la sola che avrebbe mai avuto di essere finalmente operato.

E così è stato. Lac Thi Xinh è stato operato al labbro durante la missione. La gioia della sua madre adottiva era incontenibile.

“Grazie – mi ha detto. Operation Smile ha portato una nuova speranza al mio bambino, ma anche a tantissimi altri piccoli bisognosi di cure.”

Ma la sua gioia e la sua commozione non l’hanno distolta dalla sua determinazione. Sta già cercando un medico che possa aiutare il piccolo a sviluppare il linguaggio. E sta anche facendo piani per il futuro, per poter continuare a vivere assieme al suo piccolo anche nella casa di riposo dove lei stessa, a breve, dovrà trasferirsi, quando, compiuti i 60 anni, andrà in pensione.

Mentre ascoltavo questa storia mi sono domandata varie volte come si possa decidere di abbandonare il proprio figlio, e ho pensato che nonostante la disperazione che ha portato la madre naturale all’abbandono, questo bambino è stato fortunato ad incontrare la generosità della sua madre adottiva. Storie come queste ci danno l’opportunità di riconsiderare quanto noi abbiamo già nelle nostre vite.

La prima missione internazionale a cui ho partecipato mi ha fatto conoscere questa forte storia di amore materno.

La scorsa estate ho partecipato alla conferenza che ogni anno Operation Smile organizza per preparare i ragazzi e le ragazze dello Student Programs ad affrontare una missione internazionale.

È stata per me un’esperienza fantastica e l’opportunità di conoscere altri ragazzi come me, che provenivano da ogni parte del mondo, riuniti nel nome della stessa causa.

Quell’esperienza mi ha davvero fatto cogliere il senso dell’impegno di Operation Smile ed è per questo che, appena ho potuto, sono partita per una missione internazionale. Sono stati otto giorni davvero intensi e pieni di emozioni, che mi hanno permesso di entrare in contatto con i pazienti e di conoscere le loro storie.

Spero di poterlo fare di nuovo.