Dal Symposium alla missione in Honduras: il mio percorso con Operation Smile

Vorresti diventare uno studente volontario di Operation Smile? Il percorso è impegnativo ma anche molto gratificante, ce lo racconta Drusa!


“Quando mi sono iscritta per partecipare ai training per studenti di Operation Smile, non avevo idea di quanto la formazione fosse indispensabile per poter contribuire alla mission di un’organizzazione che in tutto il mondo offre cure gratuite a bambini nati con malformazioni al volto. Avevo appena deciso di lasciare l’università per un anno sabbatico poiché non ero ancora sicura di come proseguire gli studi. Ripensando a quanto mi ha arricchito il training, e l’esperienza con Operation Smile in generale, sono certa che non avrei potuto fare scelta migliore.”

Queste le parole di Drusa Carrassi, studentessa universitaria che a gennaio scorso, nella sede di Operation Smile a Virginia Beach, negli Stati Uniti, ha partecipato al percorso di formazione internazionale per gli studenti già inseriti nel progetto Student Programs che desiderano partecipare alle missioni all’estero.

Il Symposium è stato una scoperta continua. Eravamo circa 80 studenti ed io ero l’unica partecipante ad essere venuta da oltreoceano.

Dopo il lungo viaggio, sono stata accolta a casa dei fondatori di Operation Smile, i Magee, a Virginia Beach. Seppure un po’ disorientata, mi sono sentita subito a mio agio. Lì, ho conosciuto Riley, Will e Isabelle – loro nipoti – e Anna, una cugina dell’Indiana, anche lei venuta per il training. Con lei, sono poi partita per la ‘Peace Mission’ in Guatemala e successivamente per la missione medica in Honduras.

Il Symposium mi ha regalato due cose in particolare: rapporti di amicizia con altri studenti universitari, venuti da diversi stati americani, e l’opportunità di assistere a discorsi stimolanti di professionisti e di alcuni dei ragazzi più brillanti e ambiziosi che abbia mai incontrato. Inoltre, ho assistito alle presentazioni di alcuni esperti di Operation Smile e ho capito come funziona l’organizzazione, anche negli aspetti che non sempre vengono messi in risalto, ma che sono assolutamente fondamentali.

Uno degli insegnamenti più nobili che ho appreso dalle parole di Bill Magee è stato che nonostante la maggior parte dei pazienti non ricorderà il nostro nome, ricorderà però per sempre la nostra gentilezza e il nostro affetto.

Dopo il Symposium ho seguito lo UVoice training, che insegna come diventare portavoce di Operation Smile.  Durante una missione gli UVoicers hanno il compito di intervistare i pazienti e di scrivere articoli per il sito di Operation Smile. Lo UVoicer diventa un portavoce, o ancor meglio diventa la voce del paziente stesso, e fa da collegamento tra quest’ultimo e chi legge, avvicinando il lettore alle esperienze autentiche del paziente.

Il training è stato di grande aiuto per prepararmi a superare le barriere linguistiche e culturali che inevitabilmente avrei incontrato in missione e mi ha dato la sicurezza necessaria per poter instaurare un discorso con persone appena incontrate.

Finito il training sono rimasta per altre tre settimane a lavorare nella sede di Operation Smile. È stata un’esperienza fantastica durante la quale ho collaborato in quasi tutti i settori, ad esempio nei dipartimenti di “Student Programs”, “Development” e “Education”. Nell’Education Department, ho riorganizzato la libreria elettronica di tutti i documenti per le missioni e i documenti di formazione per professionisti volontari.

Gran parte del mio tempo lì, poi, si è focalizzato sulla preparazione di presentazioni per le successive missioni in Guatemala e in Honduras.

E poi sono partita per la mia prima Peace Mission.
Si tratta di una missione non-medica condotta da studenti, con lo scopo di contribuire all’istruzione dei ragazzi nei paesi in cui Operation Smile opera.

In questa occasione il partner locale di Operation Smile era “Niños de Guatemala” un’organizzazione non-profit che offre istruzione di qualità a oltre 500 bambini e ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito.

Ogni giorno prendevamo l’autobus per Ciudad Vieja, un paesino circostante in cui si trovavano la scuola elementare, media e superiore fondate da Niños de Guatemala. Abbiamo fatto presentazioni nelle classi dei più piccoli sull’identità, l’empatia e il bullismo, mentre nelle classi delle ragazze più grandi ci siamo concentrate su tematiche di educazione sessuale.

La missione in Guatemala mi ha fatto capire che Operation Smile non si limita a fornire cure mediche gratuite e sicure ai pazienti nati con una malformazione al volto, ma si occupa anche di formare le future generazioni e di migliorarne la qualità di vita.

In Honduras, poi, ho adorato ogni singolo minuto della missione. Ma non c’è miglior modo di raccontare tutte le emozioni che ha suscitato in me, se non attraverso la storia di Nicole, una bambina con cui ho legato molto in quei giorni, e di cui non mi scorderò mai.

Mi trovavo nell’ospedale San Felipe di Tegucigalpa il 1° marzo quando ho conosciuto Nicole. Aveva qualcosa di particolare che la distingueva, che la faceva spiccare tra gli altri bambini. Trasmetteva un’energia positiva e gioiosa in quell’ambiente un po’ cupo per via della straziante attesa che precedeva gli annunci di chi avrebbe ricevuto l’operazione e chi no. Ma lei, ignara delle circostanze, rideva, saltava, faceva smorfie. Quando mi ha vista, è corsa verso di me e mi ha abbracciata come se mi avesse conosciuta da sempre, come se fossimo state amiche di lunga data. Era raggiante. Ha subito voluto giocare a nascondino con me. La palatoschisi le impossibilitava la pronuncia di alcune parole, perciò tra di noi la comunicazione avveniva solamente con gli occhi, i gesti e il suo sorriso smagliante. Il nostro modo di comunicare era più potente della parola. Se avessimo parlato probabilmente ora avrei già dimenticato le sue parole esatte. Invece grazie ai suoi gesti, alle sue risate e alla sua vitalità, avrò sempre un’immagine vivida di lei.

Da quel giorno in poi era impossibile non incontrarla non appena varcata la soglia dell’ospedale. Era lì con la nonna, una donna dolcissima, con cui ho conversato a lungo con il mio spagnolo un po’ titubante. Le cose che mi ha rivelato hanno aumentato sempre di più la mia stima per Nicole:

“Nicole è stata abbandonata da entrambi i genitori quando aveva 4 mesi e loro ancora oggi si disinteressano di lei. Quando mi chiede di sua mamma e di suo papà per me è difficile darle una risposta le dico che per il momento deve stare con i nonni.”

Nicole ora ha 7 anni, e vive con entrambi i nonni e la sorella di 12 anni. È una delle bambine più vivaci che io abbia mai conosciuto. Se non fossi venuta a conoscenza della sua triste storia non l’avrei mai immaginata.

È così allegra e spensierata che mi rattrista molto sapere che un giorno, prima di quanto immagini, dovrà badare a sé stessa tutta sola. Ma so che, nonostante tutta la sofferenza che ha alle spalle, ci riuscirà e affronterà la vita con lo stesso sorriso raggiante con cui ha accolto me tra le sue braccia il primo giorno.