Madagascar ed il sorriso di Hery

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Francesco Bellia, pediatra intensivista – Missione ad Antsirabe, Madagascar, 30 settembre – 10 ottobre 2017

Missione ad Antsirabe, Madagascar, 30 settembre – 10 ottobre 2017

Ogni volta che mi viene in mente la parola “Madagascar” penso alle foreste pluviali, al deserto, alle montagne, ai baobab, alla terra rossa, al mare turchese, “resort” da sogno, e ricordando il famoso cartone animato, che avrò visto più di una volta in compagnia dei miei figli, ripenso alle avventure dei simpatici animali fuggiti dallo zoo ed ai famosi lemuri, amabile specie tipica di questa terra.

Il mio piano volo preparato da Maila, la premurosa assistente del programma medico di Operation Smile, è impeccabile. L’aereo proveniente da Parigi è in perfetto orario, così come è perfetta l’accoglienza al piccolo aeroporto di Antananarivo, da parte dei coordinatori di Operation Smile locali. E’ quasi mezzanotte e l’aeroporto va in “black out” elettrico più volte. Tra una zona di ombra e l’altra ottengo il mio visto temporaneo, procedura alquanto lenta attuata dai militari della dogana. I passaporti transitano da una mano all’altra con la calma di chi non ha nulla altro da fare.  Alla fine del lungo processo, oltrepasso indenne i controlli doganali.

Assieme alle tre volontarie infermiere provenenti dalla Svezia, che erano sul mio stesso volo, saliamo sul piccolo pullman che ci conduce in albergo. Hotel che raggiungiamo dopo circa quarantacinque minuti di tragitto, viaggiando sulle strade fatiscenti e per niente illuminate della periferia della città. Lungo le strade semideserte si vedono solo poche persone, probabilmente dei senzatetto che girovagano senza meta.

Da Antananarivo, l’indomani, ci spostiamo ad Antsirabe, terza città del Madagascar per dimensioni, sede della missione internazionale; percorriamo poco meno di 180 chilometri in oltre quattro ore di auto, percorso che, per le difficoltà tecniche, potrebbe far parte di una tappa della Parigi-Dakar di rally.

E’ tutto vero: il Madagascar è una terra magica, tanto bella quanto povera, e la povertà si palesa in tutta la sua di drammaticità già il primo giorno di “screening” presso il piccolo ospedale polveroso di Antsirabe, quando incontro per la prima volta Hery, nome di fantasia che do al piccolo bambino. Hery è affetto da labbro leporino. Assieme a suo papà aspetta di essere visitato, seduto sotto un albero. Insieme a lui ci sono tante altre famiglie con bambini in braccio o appesi dietro la schiena, con una grande fascia colorata avvolta intorno al corpo.

Vengo a sapere che Hery, di dieci anni, vive in un villaggio distante trenta chilometri da Antsirabe. La sua vita si svolge solo durante la luce del giorno: non esiste energia elettrica nè acqua corrente nel suo villaggio. Emarginato dai suoi coetanei a causa della sua malformazione al viso, accompagna al pascolo gli zebù, i tipici buoi del Madagascar, provvisti di piccola gobba. Hery non ha mai indossato le scarpe ed i suoi piedi non sono quelli di un bambino della sua età, ma mostrano tutti i segni dei chilometri percorsi sulla nuda terra. Hery sfugge il nostro sguardo. Si vergogna del suo volto e non sa neanche parlare. L’assistente sociale, che lo ha condotto a spese proprie presso l’ospedale, visto che la sua famiglia non può affrontare i costi del viaggio, dice di non averlo mai sentito pronunciare una parola.

Il labbro leporino che da lì a poco sarebbe stato corretto, avrebbe cambiato il suo viso dopo pochi giorni ed Hery sarebbe potuto tornare nuovamente al suo villaggio. Ma questo programma operatorio appare adesso quasi meno importante, rispetto alla vita di povertà e di degrado che lo aspetta.

Le scarpe, la piccola automobilina di legno, la maglietta nuova che gli abbiamo regalato hanno illuminato lo sguardo del piccolo Hery ed infine il sorriso che Ahmad, il valente chirurgo egiziano, gli ha disegnato sul volto, ha aggiunto una splendida cornice ad un bellissimo quadro, che sino ad allora era stato nascosto e solo abbozzato.

Hery rappresenta solo la punta dell’iceberg che evidenzia le drammatiche condizioni in cui versano i bambini in Madagascar, ai quali un nuovo sorriso, un nuovo palato, creato per loro dai volontari di Operation Smile, spero possa fungere da volano per intraprendere un futuro ed una vita migliore.

I giorni di degenza sono finiti. Io e tutti i volontari provenienti da Svezia, Egitto, Stati Uniti siamo accanto alle famiglie che stanno andando via dalle fatiscenti e buie stanze di degenza, portandosi in braccio i loro figli guariti dalle malformazioni al volto. Ci salutano con affetto, ci ringraziano con un grazie che coinvolge non solo la rima buccale, ma anche l’intero corpo proteso verso di noi a mani giunte. C’è anche Hery, che per tutto il tempo del ricovero è stato in silenzio. Ma ora, prima di andare via, ci guarda e pronuncia poche frasi nella sua lingua: forse un grazie, forse qualche altra parola. Non la sapremo mai.  In una mano stringe la sua automobilina di legno e nell’altra la mano rugosa del padre. Abbozza anche un piccolo sorriso, deambulando con una andatura diversa dal solito. Non era stato mai abituato a tenere i piedi dentro un paio di scarpe. Chissà se abbiamo sbagliato a regalargli le scarpe, forse nella sua estrema povertà ha sempre desiderato tenere il contatto diretto con la sua splendida terra ad ogni passo della sua vita.

Questo mio dubbio si dissolve in fretta. Hery è proprio felice di avere le scarpe ai piedi. Il suo nuovo sorriso mi faceva una strana, inspiegabile tenerezza.