LIU’ TORNA A CASA

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Francesco Bellia, pediatra intensivista, fa parte del Team di volontari della Fondazione Operation Smile Italia Onlus dal 2007. La sua prima missione internazionale è stata in Giordania ad Amman dal 7 al 17 novembre 2007 e fino ad oggi ha partecipato a 28 missioni nel mondo.

La missione a Lincang, in Cina, si è svolta dal 16 al 24 ottobre. Durante la missione sono stati visitati 147 pazienti affetti da labioschisi, nota comunemente come labbro leporino, palatoschisi e labiopalatoschisi, 73 di loro sono stati operati. Operation Smile è presente in Cina dal 1991 ed ha condotto programmi medici in più di 79 città del Paese grazie ai quali sono state curate più 22.700 persone.

“Sono le ore 20.00 del giorno 15 ottobre 2018, il mio turno di guardia in ospedale volge al termine, ripongo con la solita accuratezza la tuta verde da lavoro dentro il mio armadietto di metallo nella mia stanza. Sono già proiettato verso l’altra dimensione, quella nella quale si entra prima di ripartire per una nuova missione. Domani mattina mi aspetta un lungo volo per Lincang, Cina. Il passaporto con il relativo visto è arrivato giusto in tempo, per fortuna il giorno prima di partire, spedito con il corriere da Maila Gatti, solerte responsabile delle missioni internazionali presso Operation Smile in Italia.

I miei quattro aerei necessari per raggiungere la Cina si rincorrono in rapida e perfetta coincidenza. Seduto dentro l’aereo della Air China, con tanto tempo a mia disposizione, ripasso mentalmente le policies di Operation Smile che mi saranno di aiuto durante la missione.

L’aeroporto di Lincang è molto piccolo e stento a crederci: la mia valigia arriva una delle prime sul nastro trasportatore, l’avevo già data per dispersa intorno al mondo.

L’accoglienza in Cina è bellissima, Bhaskar ed Emily, i due coordinatori della missione, rispettivamente di origini indiane il primo e cinese la seconda, sono molto affettuosi, mi forniscono il team packet, il programma e la maglietta della missione, che è anche di colore giallo.

Nella hall dell’albergo ci sono tutti i volontari, praticamente sono tutti cinesi, non conosco nessuno a parte Rich, responsabile delle cartelle cliniche, proveniente dagli Stati Uniti, con il quale ho lavorato qualche anno addietro in una precedente missione in India, ci stringiamo la mano amichevolmente.

Dopo aver espletato le comunicazioni di rito durante i vari team meeting, cominciamo lo screening. La preparazione della missione è preceduta dalla cerimonia di apertura, con una parata delle grandi occasioni nel piazzale dell’ospedale. Sul palco sono schierati tutti i responsabili sanitari del nosocomio. Il Direttore Sanitario legge la sua relazione ovviamente in cinese, seguita da altri responsabili che continuano a dare informazioni e a distribuire auguri, sorrisi e inchini, il tutto rigorosamente ripreso dalle televisioni locali.

Lo screening dura soltanto un giorno; in pratica visitiamo 147 bambini e ne selezioniamo 73 per gli interventi in tre giorni di seduta operatoria.

Le mie tre infermiere cinesi della recovery sono molto garbate, preparate, ma il loro inglese è piuttosto elementare, per cui sono stato affiancato da una traduttrice personale che è stata la mia ombra per tutta la durata della missione.

I giorni di seduta operatoria si susseguono, la luce cristallina del sole che filtrava dalla grande finestra della recovery cede il posto al buio della sera. I bimbi stanno tutti bene, dopo la loro breve permanenza nella PACU sotto la nostra osservazione, raggiungeranno successivamente il reparto di degenza dove saranno accuditi dai loro genitori e dalla pediatra cinese.

Soltanto la piccola Liù (nome di fantasia), mi dà dei problemi nel post operatorio. E’ l’ultima bimba ad essere operata quel giorno, appare eccessivamente stanca, il suo respiro è superficiale, con i suoi grandi occhi a mandorla sembra leggere sul mio viso la preoccupazione per la sua salute, abbozza un sorriso quasi a dirmi “non ti preoccupare” starò bene. La sua palatoschisi è stata risolta, adesso potrà mangiare e parlare correttamente, ma le sue condizioni generali mi preoccupano.

La tengo ancora in osservazione, ha un aspetto eccessivamente stanco, non me la sento di mandarla in reparto, la voglio tenere ancora sotto controllo. Questa mia eccessiva attenzione nei confronti della bimba non disturba minimamente nessuno dei volontari che meriterebbero di tornare in albergo ed andare a cena dopo una giornata così lunga di lavoro.

Controllo la glicemia della piccola Liù, certo il fatto di essere stata digiuna per così tanto tempo prima dell’intervento, non è stato salutare per il suo corpicino. Le somministro del glucosio per via endovenosa, sembra riprendersi, abbozza un altro sorriso, dopo che le ho accarezzato delicatamente la guancia. Migliora progressivamente, sono meno preoccupato ma non completamente convinto. Però visto che comunque, i parametri vitali sono stabili la accompagno in reparto dove sono presenti i genitori e le infermiere che l’accudiranno durante la notte.

Quella notte non dormo serenamente mi sveglio più volte, rimango in contatto telefonico con le infermiere di notte alle quali chiedo di informarmi costatatemene sulle condizioni cliniche di Liù. Ripasso mentalmente l’esame obiettivo della bimba, tutti i parametri erano nella norma, forse le sono stati somministrati troppi liquidi durante l’intervento chirurgico, era infatti presente una lieve ipertensione, trattata però con diuretico nel post operatorio.

Mi sveglio prestissimo, dopo una rapida colazione a base di latte di soia, riso, e uovo sodo, vado a trovare Liù. Speravo di trovarla seduta sul letto a fare colazione, invece era ancora distesa. Mi avvicino e le accarezzo delicatamente il viso, lei mi sorride ancora una volta per tranquillizzarmi. Il suo respiro è superficiale, con il fonendoscopio le ascolto ancora una volta le spalle. Alla base del polmone sinistro stavolta sento qualcosa, crepitii non presenti ieri sera. Una polmonite certamente, ecco perché la sera prima il miglioramento era stato cosi lento, la radiografia conferma la diagnosi. Scoperto il nemico da combattere tutto diventa più semplice. La doppia copertura antibiotica, e la terapia di supporto ridonano in poco tempo a Liù il sorriso vero e non più quello di circostanza che mostrava gentilmente a me.

Che strano paese la Cina: così complicato ottenere il visto entrata e poi altrettanto difficile andare via da questa terra e dai volontari che ho appena conosciuto e già fanno parte della cerchia dei miei amici.

Il sipario sulla missione si chiude improvvisamente quasi per magia, sono già sull’aereo di ritorno, e ripensando alla missione appena finita, mi compare un sorriso involontario sul volto; noto che la hostess cinese che sta mostrando le norme di sicurezza del volo mi scruta: sono certo che si starà chiedendo: ma cosa avrà da ridere questo europeo?”.