La magia della missione

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Francesco Bellia, pediatra intensivista

Missione ad Agadir, Marocco, 30 marzo 7 aprile 2018

Il taxi mi sta aspettando sotto casa, ancora il cielo è buio e soltanto una piccola lingua di luce rosata si vede verso levante, l’aria mattutina è ancora fredda, la primavera stenta ancora ad arrivare anche a Catania. Gentilmente il tassista mi aiuta a caricare la mia valigia rossa, dentro il grande bagagliaio dell’auto. Mi piace il colore rosso, probabilmente in fondo in fondo sono un po’ scaramantico.  Seduto nel gate numero dieci dell’aeroporto di Catania, aspetto che il mio volo sia annunciato: stavolta la meta della mia missione è il Marocco. Chiudo gli occhi per un attimo e penso al paese arabo da raggiungere, cosicché mi viene in mente il silenzio del deserto, la famosa Casablanca, la capitale Rabat, la caotica Marrakech, la bellissima Essaouira. Marocco, crocevia tra Africa, Europa e Medio Oriente, dove il mare si confonde con il deserto, dove i colori e i paesaggi cambiano continuamente. Il sorriso inconsapevole che compare sul mio volto conferma la mia felicità nell’iniziare l’avventura e mi fa apparire forse un po’ stupido agli occhi di chi incidentalmente mi guarda in quel momento, mentre come me è in attesa del volo.

Adesso sono seduto sull’aereo, dal piccolo oblo si vede il cielo ormai azzurro, alla mia sinistra vedo l’Etna ancora innevata nella sua maestosità. Adesso finalmente ho la possibilità di ripassare il programma della missione; pochi giorni addietro, infatti, attraverso la “team leader call”, abbiamo ulteriormente migliorato i processi organizzativi e rivisto con attenzione gli ultimi preparativi.

La destinazione è Agadir, splendida città sull’oceano atlantico; il suo grande ospedale Hassan II si sta preparando ad accogliere una “mega-missione” della quale farà parte almeno un centinaio di volontari, molti dei quali internazionali. I media locali nelle ultime settimane hanno dato grande risalto all’evento, pertanto è previsto l’arrivo da tutto Marocco di oltre cinquecento bambini. Saranno ovviamente accompagnati dai loro genitori e molti arriveranno, come capita spesso, con mezzi di fortuna, tutti con la speranza di poter ritornare a casa con il bimbo guarito dalla malformazione facciale.

Ho già ricevuto da Maila, la dinamica coordinatrice italiana di Operation Smile, la lista con la composizione del team di volontari presenti. Alcuni li conosco già, ci siamo incontrati in precedenti missioni: c’è Ankur Pandia, caro amico e talentuoso chirurgo plastico britannico di origini indiane, David Chong, simpatico ed eclettico chirurgo australiano di chiare origini cinesi, e poi sono presenti Marina Sammartino e Federico Fiocca, entrambi anestesisti italiani di fama mondiale. Annalisa Oliveti, la “clinical coordinator” italiana, capace di parlare correttamente tre lingue; e poi la marocchina Malika Madiri, la messicana Andrea Fernandez, e altri ancora con i quali nelle passate missioni abbiamo gioito e ci siamo commossi al tempo stesso, assieme ai genitori dei bambini operati. Le loro storie, infatti, raccontavano l’emarginazione e l’isolamento vissuti dai loro figli, considerati dei diversi dai loro coetanei; non parlavano invece della povertà, ma del coraggio e la speranza che li animava verso il futuro.

Il mio volo arriva puntuale a destinazione, i controlli doganali sono lunghi ma non esasperanti. Hannah, la giovane coordinatrice statunitense di Operation Smile in Marocco, mi aspetta già agli arrivi, il mio nome era ben in evidenza sul foglietto che teneva in mano e il suo sorriso di benvenuto mi fa dimenticare la lunga attesa patita al controllo passaporti.  La seguo sul pulmino, altri volontari erano già lì ad aspettarmi, provenienti da altre destinazioni. Ero l’ultimo arrivato, il minivan adesso era completo, appena salito mi danno il benvenuto in modo cordiale, era evidente che erano particolarmente contenti del mio arrivo: adesso, infatti, si poteva partire!

Fuzia, l’attivissima responsabile di “Operation Smile Marocco” ha organizzato tutto alla perfezione presso l’ospedale Hassan II e lo “screening” procede con celerità. Vista la grande affluenza, tutti i bambini e le loro famiglie sono accolti sotto enormi tende beduine. Gli studenti locali compilano le cartelle, registrano, fotografano i bimbi che saranno poi visitati all’interno degli ambulatori dell’ospedale dalle differenti figure professionali: chirurgo, anestesista, pediatra, logopedista, dentista. Ogni medico valuterà il paziente dal suo punto di vista specialistico e alla fine a ognuno di loro sarà assegnata la priorità all’intervento chirurgico. Durante l’attesa i bimbi sono accuditi dalle “child life specialist”, una sorta di assistente sociale, volontarie costantemente presenti in ogni missione, che si dedicano a far giocare e distrarre i bimbi, facendo in modo che l’attesa della visita medica sia gioiosa e allegra.

Sono le 21.00 e siamo svegli ormai dalle cinque e trenta del mattino: oggi abbiamo visitato duecentotrenta bambini, ma non ci sembra vero e si ha la sensazione che la giornata sia volata via in un attimo.

I giorni si rincorrono, le albe si confondono con gli splendidi tramonti e adesso, dopo il secondo giorno di screening, è tempo di stilare la lista dei bambini da portare al tavolo operatorio. La priorità spetta a più piccoli affetti da labbro leporino: cerchiamo di favorire i bimbi che sono giunti da molto lontano, i cui genitori potrebbero non avere in futuro le possibilità economiche per affrontare nuovamente il lungo viaggio e ritornare a una prossima missione.

Tra noi volontari cominciamo a conoscerci meglio, familiarizziamo, ci confrontiamo sui problemi da affrontare. Riaffiora e si fa sempre più pregnante la “magia della missione”; quel collante che mette insieme tante figure professionali, che fino a poco tempo fa erano dei perfetti sconosciuti e li trasforma in ingranaggi di un motore che tra poco lavorerà a tutto regime. Lo so per certo, tra poco faremo parte di un’unica famiglia, il cui unico fine è di creare il sorriso sul volto dei nostri bambini.

Ed è stato proprio così, sono passate due settimane, quasi volate via, scandite dalle sedute operatorie, dal risveglio dei bimbi nel post operatorio. La paura mista a commozione da parte dei genitori si trasforma in sorpresa, equiparata da molti di loro quasi a un evento magico. Sono, infatti, meravigliati nel vedere adesso la delicata continuità delle labbra o del palato, fino a poco tempo prima, distanti e disarmonici a vedersi.

Siamo giunti all’ultimo giorno di missione, adesso è proprio finita, centonovantasei bambini potranno riscrivere il loro futuro, con il nuovo sorriso stampato sul volto, e noi ci sentiamo molto partecipi della loro felicità.

Inaspettato, come sempre arriva il momento di salutarci, quasi controvoglia dobbiamo andare via da quello che è stato il nostro mondo per due settimane.

Tutt’intorno il saluto cordiale delle madri dei bimbi operati; si sbracciano, emettono suoni acuti striduli, divertendosi con le note, modulando i suoni a loro piacere. Il “burka” che copre completamente molte di loro, ci impedisce di leggere l’espressione dei loro volti, nascosti dietro quell’impenetrabile cultura araba, cosi lontana dalla nostra civiltà ma al tempo stesso così vicina nell’esternare le emozioni di gioia.

Gli abbracci fraterni, le strette di mano, i ringraziamenti reciproci con i volontari non sono altro che la smaterializzazione dello stress e della stanchezza che si sono accumulati in tutti questi giorni; completiamo il momento del saluto facendoci le congratulazioni a vicenda, per aver portato a termine con successo la missione.

Se avessi la possibilità di leggere il pensiero dominate che ognuno di noi ha in testa in quel momento, sono certo che scoprirei che è già rivolto al come e dove pianificare la prossima missione!