Il sorriso non conosce lingua, cultura, età

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Marianna Patrizi, Studentessa volontaria “Student Programs”
Missione internazionale a Monterrey in Messico 14-22 giugno 2018

La missione medica a Monterrey si è da poco conclusa ed è stata indimenticabile.

Molti penseranno che sia quello che ci si aspetta che un volontario dica, ma io lo credo fermamente. Ogni attimo è stampato nella mia mente e niente lo potrà cancellare. Ho cercato di riassumere la missione in una sola parola, ma non si può: è felicità, sorpresa, fatica, accoglienza, amore, è un continuo donarsi che non costa tanto, perché poi ti riempirai di così tanta gioia che ti sembrerà di non aver dato niente.

Prima di partire non sapevo cosa aspettarmi e come avrei reagito trovandomi in una realtà totalmente diversa. Tornata a casa posso dire di essere più felice che mai, ma la felicità non basta per definire come mi sento: è un groviglio di emozioni che muta ogni momento. È vero che il sorriso non conosce lingua, cultura, età: è comprensibile a tutti. È il primo modo di comunicare che ha ogni essere umano. Così i bambini iniziano ad aprirsi con te, tu gli sorridi e loro ti sorrideranno subito.

Per questo è così importante la missione di Operation Smile. Ognuno dei piccoli pazienti che ho incontrato mi ha lasciato qualcosa di particolare, ma in ognuno di loro ho visto il coraggio. Vengono da situazioni inimmaginabili per noi ragazzi che vogliamo sempre di più, anche se non ci manca niente. Tutti quei bambini hanno la forza di sorridere nonostante siano nati con questa malformazione, spesso molto invasiva, e in condizioni di povertà. Sono disposti a fare 4-5 ore di viaggio per ogni missione medica che si tiene a Monterrey finché non saranno scelti per l’operazione e, una volta scelti, faranno il viaggio un’altra volta il giorno stabilito per il ricovero. Ci vuole una grande forza d’animo quando si sente che il proprio bambino non è stato selezionato e, nonostante ciò, continuare a tornare. Ho sperimentato sulla mia pelle la loro gratitudine più sincera, anche se noi ragazzi di 17 o 18 anni potevamo donare loro solo bolle di sapone, colori e un po’ di svago prima e dopo l’operazione. Questo per loro valeva più di ogni altra cosa.

Grazie a loro ho capito che non conta l’età per cambiare un po’ il mondo, si inizia con piccoli passi per poi continuare sempre più in grande. Un’esperienza del genere ti fa rivalutare tutti i tuoi obiettivi, perché ti sembreranno tutti instabili e vorrai fare di più per gli altri. Ogni sorriso, ogni gioco, ogni storia mi ha fatto sentire a casa anche se mi trovavo a chilometri di distanza dall’Italia. Riuscire a far sorridere un bambino spaventato dall’operazione o che ha bisogno di svagarsi semplicemente, ti fa sentire realizzata, non hai bisogno d’altro durante quelle giornate.

Consiglio a ogni ragazzo della mia età di partire per una missione perché, seppur sconvolgente, ti fa crescere nel modo più autentico possibile e ti dà delle risposte che non si riescono a trovare nella quotidianità.